gennaio. il primo
arranco. un giorno meno, uno di più.
respiro. nonostante.
vivo. ogni istante, comunque.
amplifico lo stupore che sento quando mi rendo conto che sono andata avanti.
in alcuni momenti sono anche soddisfatta di quello che ho fatto.
virtualmente mi do una pacca sulla spalla da sola.
da sempre gennaio per me è letargico, ma quest’anno non me lo posso permettere.
anche se dormo fino a quando la luce non mi sveglia (si le persiane sono sempre accostate,
mai chiuse)
anche se mi chiudo a bozzolo nella lana dei maglioni larghi e caldi
anche se faccio pause lunghe e mi si mischiano le date, scompigliando i giorni.
non me lo posso permettere perché devo fare: programmare, risolvere, cercare.
solo chi subisce una perdita così determinante sa di quante beghe è fatto il dopo e sono tutte da affrontare e tutte graffiano in profondità.
son grata però. alle persone che restano a sopportare i miei malumori, le risposte tronche, i
sorrisi incerti. alle persone che mi spingono a dire, fare, mangiare, uscire. alle persone che
insistono a essere giudicanti e stronzette (così saprò fare selezione dei maglioni da non indossare)
il primo non è un giorno che cambia un anno, che cambia noi, che cambia il domani.
il primo è una pagina vuota da riempire a matita. è quell’agenda che dice dai, scrivimi, sono
qui per te, nuova nuova. puoi fare meglio, di più. per te.
ps: la nevicata del 6 gennaio non l’ho trascurata. mi ha presa in pieno.
tutta. anca troppo. (e questa è per chi sa)
per fortuna che almeno c’era la cioccolata e anche la panna.


12 km sotto la neve andate e ritorno, per fingere che sia ancora il 1985 e non per vedere la fiaccola olimpica, che, davvero, mi è parsa così baraccone che io, boh.